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Quei bambini che non giocano alla guerra, ma la fanno per davvero

Quei bambini che non giocano alla guerra, ma la fanno per davvero

29 settembre 2015

di Antimo Verde – Non c’è tesoro più prezioso della vita di un bambino. Vederlo crescere, assisterlo e indirizzarlo verso il suo futuro, sono tra gioie più grandi che un adulto possa provare. Eppure, in molte parti del mondo, questi piccoli cuccioli di uomo non sono creature delicate da custodire e curare, ma semplici armi da guerra. Bambini, anche al di sotto dei sei anni di età, che non trascorrono le giornate a giocare, ma a fare la guerra. Attualmente, infatti, i bambini vengono impiegati come combattenti in oltre i tre quarti dei conflitti armati del mondo. Una terrificante realtà che vede il reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato come una delle più pesanti violazioni delle norme che regolano i diritti umani.

Tra i paesi del mondo in cui si utilizzano senza alcun ritegno questi bambini-soldato, l’Africa è certamente l’epicentro di tale fenomeno. In particolare, sono 23 i Paesi che direttamente o indirettamente utilizzano i minori nelle ostilità, come l’Iraq, la Siria, l’Afghanistan la Nigeria, la Somalia, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo, tanto che nel mondo, complessivamente, si contano più di 250.000 i bambini soldato. Il loro utilizzo è un ripugnante crimine di guerra e nonostante numerose Organizzazioni Non Governative e congregazioni missionarie investano cospicue risorse umane ed economiche, non si riesce a fermare questo orripilante fenomeno.

Alcune procedure, però, hanno avuto l’effetto quantomeno di arginarlo. Come ad esempio in Sierra Leone, quando al momento del rilascio, i bambini soldato venivano accompagnati agli appositi centri di disarmo e il loro nome iscritto su uno speciale registro, acquistando di fatto lo status di “ex combattente” e trasferiti, quindi, in un campo di smobilitazione dove ottenevano lo “stato civile”. Di conseguenza, scattavano le operazioni di ricerca dei familiari.

A volte, però il ricongiungimento con i parenti, rappresentava un vero trama, poiché, i ragazzi subivano il rifiuto dei propri cari. Poteva capitare, infatti, che i genitori fossero morti e che la famiglia restante li ritenesse solo una bocca in più da sfamare.

Ma, a volte, esisteva una ragione molto più profonda. Infatti, la popolazione autoctona conosceva molto bene gli atti criminali che i giovani soldati erano capaci di compiere e perciò vi era una diffusa paura che questi ex combattenti potessero essere ancora pericolosi. Inoltre, in molti casi risultava che i ragazzi provenienti dalla guerriglia fossero degli sconosciuti per i loro stessi parenti, avendo lasciato le proprie dimore in giovanissima età.

Purtroppo, queste iniziative, oltre che limitate, hanno raggiunto solo nel 19% dei casi un risultato positivo. In questi casi, infatti, si è riusciti a far integrare completamente nel proprio contesto familiare il minore. In altri casi, invece, si è avuto un rifiuto della propria comunità etnica con conseguenti tragici effetti per il minore, come la perdita della vita per suicidio o perchè ritornato ad operare in altri scenari bellici.

Nonostante la cognizione della gravità del fenomeno del reclutamento dei minori, è comunque davvero complicato il tentativo di estirparlo, in quanto è essenzialmente legato a problematiche locali, quali la povertà endemica, la militarizzazione delle società e l’assenza di democrazia nel Paese d’origine. Ecco perché lo sfruttamento dei minori per fini bellici è solo una drammatica conseguenza delle ingiustizie che affliggono le società locali.

Ma, in realtà, l’arruolamento dei bambini soldato avviene soprattutto con la complicità di potenti imprese internazionali che smerciano illegalmente armi e munizioni, con l’intento di avere il monopolio dei beni di valore del luogo. Con il passare del tempo, il fenomeno non sembra attenuarsi. Anzi, oramai in alcune zone del mondo, come in Uganda e in Sierra Leone, l’arruolamento avviene in forma coercitiva attraverso raid perpetrati da bande armate, in cui, spesso i minori assistono all’uccisione dei propri genitori e parenti.

Con la nuova politica dei movimenti jihadisti, poi, il reclutamento, avviene soprattutto nei villaggi rurali dove ci sono molti ragazzi analfabeti. Pertanto, diventa di primaria importanza portare in questi luoghi, il più velocemente possibile, istruzione e cultura in modo da poter offrire a questi bambini un’arma in più per la loro libertà.

 

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