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Allerta per il Patrimonio dell’Umanità: siti a rischio

Allerta per il Patrimonio dell’Umanità: siti a rischio

31 gennaio 2017

di Antimo Verde -

Da quando nel 1972 la comunità mondiale adottò, su mandato della Conferenza generale dell’Unesco, la Convenzione internazionale sulla protezione del patrimonio culturale e naturale, firmata da 140 Paesi, i siti, scelti dal Comitato del patrimonio mondiale con la consulenza dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, del Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti e del Centro studi internazionale per la conservazione e il restauro dei beni culturali, risultano essere composti, secondo l’ultimo aggiornamento effettuato ad Istanbul nel 2016, da un totale di 1052. Di questi 814 sono beni culturali, 203 naturali e 35 misti, tutti presenti in 165 stati del mondo.

Come immaginabile, la nazione che detiene il maggior numero di siti inclusi in tale lista, risulta essere proprio l’Italia con ben 51, seguita dalla Cina con 50, dalla Spagna con 45 e successivamente dalla Francia e dalla Germania con rispettivamente 42 e 41 siti riconosciuti.

Tra i siti italiani più importanti e visitati, oltre la Santa Sede, risultano esserci Venezia e la sua Laguna, Pisa e Piazza del Duomo, il Centro storico di Napoli, gli scavi di Pompei, la Costiera amalfitana, il Parco Nazionale del Cilento, la Città di Verona, Tivoli e Villa d’Este.

Ma nel mondo non mancano luoghi rinomati che hanno fatto la storia dell’uomo e perciò dichiarati patrimonio universale di tutta l’umanità, come le Piramidi, il Partenone, il Taj Mahal, l’Esercito di terracotta, il Machu Piccu e la Muraglia Cinese. Nonostante l’importanza non solo storica e sociale, ma anche turistica di tali luoghi, ancora una volta, l’uomo sembra non apprezzare il suo patrimonio artistico e naturale lasciatogli in eredità dai suoi avi.

È davvero preoccupante l’allarme lanciato da un team internazionale di ricercatori dell’Università del Queensland, di Wildlife Conservation Society, dell’Università del Northern British Columbia e dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, secondo i quali sono oltre 100 i siti naturali patrimonio dell’umanità Unesco che vengono ogni anno gravemente danneggiati da attività umane.

Infatti i ricercatori hanno ritenuto che tali attività, che hanno definito di “impronta umana” e che negli ultimi 20 anni sono aumentate del 63% compromettendo in maniera sempre più rilevante l’integrità dei siti, comprendono fattori come strade, agricoltura, urbanizzazione, infrastrutture industriali e perdita di foreste, con conseguente deterioramento di alcune delle ricchezze ambientali più preziose per la Terra.

A differenza di quanto si possa pensare, tale denuncia non riguarda l’Europa, ma bensì il resto del mondo ed in particolare i siti presenti in Asia, che sembrerebbero i più colpiti. Infatti, tra i luoghi che destano la preoccupazione di un consistente danneggiamento, risultano esserci la chiesa della Natività di Betlemme, il Manas Wildlife Sanctuary in India, il Chitwan National Park in Nepal e il parco nazionale di Everglades, in Florida. Ma anche monumenti a bassa manutenzione, come Mtskheta in Georgia, le cilene raffinerie di salnitro di Humberstone, la Liverpool «mercantile marittima» e il parco nazionale Simien in Etiopia.

Quanto alla perdita di foreste, tra le più colpite, risultano esserci la riserva della biosfera del Rio Platano in Honduras, che ha perso l’8,5% di foresta dal 2000, il parco americano di Yellowstone, che ne ha perso il 6% e il Waterton Glacier International Peace Park, con una perdita di almeno un quarto della sua area forestale.

L’allarme lanciato già lo scorso anno dall’Organizzazione delle Nazioni Unite sulle gravi minacce che incombono sui questi gioielli dell’umanità sembra essere rimasto inascoltato, e pertanto, risulta ancora di più immediato un intervento urgente e necessario per salvaguardare questi luoghi e il loro eccezionale valore.

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