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Un mare di plastica: 8 milioni di tonnellate nelle sue acque

Un mare di plastica: 8 milioni di tonnellate nelle sue acque

20 marzo 2017

di Antimo Verde – Con l’approssimarsi della bella stagione con le sue giornate luminose e calde si accende la voglia di correre al mare e di tuffarsi nelle sue acque limpide e cristalline. Peccato però, che di pulito e trasparente al mare sia rimasto ben poco, visto che ogni anno vengono riversati nelle sue acque almeno 8 milioni di tonnellate di plastica. E’ come se ogni minuto ogni giorno dell’anno, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in mare.

Secondo gli esperti, se non ci sarà una controtendenza, nel 2050 i camion al minuto potrebbero diventare quattro e per assurdo gli oceani potrebbero contenere più bottigliette che pesce, visto che attualmente nei mari di tutto il mondo sarebbero presenti oltre 150 milioni di tonnellate di plastica. Il problema non riguarda solo la spazzatura di grandi dimensioni, ma anche i rifiuti che non riusciamo a vedere e che portano conseguenze dannose non solo per gli abitanti delle acque marine, ma anche per tutti gli esseri umani.

Infatti tale immondizia non solo danneggia la flora, provoca il soffocamento e la menomazione degli esseri marini, ma tali particelle vengono spesso ingerite anche da animali che si nutrono di pesci e da altri organismi che poi inevitabilmente finiscono sulle nostre tavole con effetti devastanti per la nostra salute, soprattutto per il sistema endocrino e per quello immunitario, oltre a conseguenze cancerogene.

Un problema di dimensioni enormi, se si conta che nel mondo, ogni anno, vengono prodotti circa 300 milioni di tonnellate di plastica e che negli ultimi 50 anni la produzione è aumentata di venti volte. Dopo la Cina è l’Europa la maggiore produttrice di plastica con circa 50 milioni di tonnellate di plastica e proprio l’Italia risulta essere il primo Paese europeo per consumo pro capite di acqua in bottiglia di plastica con i suoi 178 litri l’anno per abitante.

Secondo un rapporto pubblicato dalla rivista “Scienze”, quasi un terzo degli oggetti di plastica prodotti a livello globale viene abbandonato nell’ambiente e più della metà finisce negli oceani. Non ci si riferisce solo a buste, bottiglie, giocattoli, ma anche a frammenti di meno di 5 millimetri che si trovano nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene personale e che, secondo una stima di Greenpeace, arrivano ad essere dai 5 mila ai 50 miliardi presenti nei mari di tutto il pianeta, persino in Artide e Antartide.

Sorprendentemente tra le acque più inquinate risultano essere quelle del Mediterraneo, visto che, secondo un rapporto dell’Agenzia ambientale delle Nazioni Unite, ogni giorno finiscono nelle sue acque 731 tonnellate di rifiuti in plastica.

Ciò è dovuto sicuramente al fatto che l’Italia risulta essere con le sue quasi 90 tonnellate il terzo paese, dopo la Turchia e la Spagna, che più ne disperde. Ed è proprio in alcuni suoi punti, come nel tratto compreso tra la Corsica e la Toscana, che si ha la concentrazione di particelle più alta del mondo, anche in virtù del fatto che il Mediterraneo è un mare chiuso e che nelle sue acque sboccano fiumi inquinati come il Danubio e il Po.

Oltre al problema delle microplastiche, pure nel nostro mare si stanno formando delle isole di rifiuti, anche se molto più piccole di quelle oceaniche, ma comunque composte da enormi accumuli di spazzatura. Per arginare tale problema bisognerebbe, innanzitutto, diminuire il consumo e la produzione di plastica, ma soprattutto smaltirla nel modo più corretto. Infatti, alcune città hanno iniziato a mettere al bando le bottiglie di plastica e hanno avviato campagne per sensibilizzare più gente possibile su come differenziare correttamente la spazzatura.

Per raggiungere risultati concreti occorrerebbe una maggiore collaborazione tra istituzioni, cittadini e aziende per impedire, ad esempio, che la plastica finisca nelle discariche o abbandonata per strada e nei corsi d’acqua, ma riciclarla per ricavarne energia ad esempio. Cominciando a buttarla nei cassonetti adatti potrebbe già essere un piccolo ma significativo passo per evitare una futura e inevitabile catastrofe ambientale.

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