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Il ricordo di Aldo Moro per non dimenticare il terrorismo italiano

Il ricordo di Aldo Moro per non dimenticare il terrorismo italiano

9 maggio 2017

di Sara Capitanio -

Era un normalissimo martedì. Poi divenne il martedì nero della storia della Repubblica italiana.

Roma, 9 maggio 1978: in via Caetani viene ritrovato il corpo esanime del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Una Renault 4 rossa poco distante dalle sedi del PCI e della DC ne custodiva il corpo.

Una morte annunciata.

Colpevole il brigatista Valerio Morucci.

 

Trentatre anni da allora e solo tre da quando la I Commissione Affari costituzionali del Senato approvò a grande maggioranza di voti, il disegno di legge che ha istituito il 9 maggio come “Giorno della Memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e della stragi di tale matrice.

A volere fortemente questa giornata, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nei primi nove mesi del suo incarico non perse mai occasione per parlare di quegli anni di tensione, di quella notte della Repubblica e del rispetto dovuto e necessario per i familiari delle vittime del terrorismo. E anche quest’anno, ha ribadito ed evidenziato l’importanza della giornata, ricordando a noi tutti che un paese senza memoria è un paese perduto.

 

Ed è per non dimenticare che ho deciso di raccontare una storia.

 

Una storia che ebbe inizio un giovedì di marzo, alle 9.02 del mattino, in via Fani all’incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale di Roma.

Un commando, diciannove ragazzi che decidono di “portare l’attacco al cuore dello Stato”.

Era il 16 marzo 1978 e le Brigate Rosse raggiungono l’apice della loro strategia del terrore: il rapimento Moro.

L’allora presidente della Democrazia Cristiana era diretto alla Camera dei deputati per la fiducia al nuovo e quarto governo guidato da Giulio Andreotti, quando l’auto che lo trasportava venne intercettata dai brigatisti.

In pochi secondi i cinque uomini della scorta, il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti Raffaele Jozzino e Giuliano Rivera furono uccisi mentre Moro, rapito, veniva caricato su una fiat 128 e portato in quella che è stata poi definita “la prigione del popolo”.

Tre giorni dopo la foto simbolo. Su tutti i giornali il primo comunicato. Le BR annunciano che Aldo Moro verrà sottoposto ad un processo da parte di “un tribunale del popolo”.

Trascorrerà 55 giorni nel ‘tribunale-covo’ di via Montalcini.

 

Immediate le ricerche.

Nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture.

Tante le energie impiegate.

Ma di Moro nessuna traccia.

La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso concluse che la punta più alta di attacco terroristico avrebbe coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Fatalità. Sfortuna. Il momento sbagliato per esser rapiti o complotto.
Robert Katz, scrittore e giornalista statunitense che ha scritto quasi dieci anni dopo “I giorni dell’ira” (libro da cui è stato poi tratto il film “Il caso Moro”), mise in rilievo la serie di errori, omissioni e negligenze che ci furono in quei lunghi 55 giorni. “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2 – dichiarò –  mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Il ruolo della P2 nel sequestro Moro, però, non è mai stato chiarito.

Né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.

Ma questa è solo una delle tante ombre che aleggiano sul caso.

Non l’unica.

Resta il mistero del rullino scomparso (conterrebbe foto scattate da un abitante in Via Fani immediatamente dopo la fuga del commando brigatista), della mancata perquisizione del covo e degli eventuali interessi stranieri o di partito.

La distanza storica non è ancora abbastanza.

 

Aldo Moro era un politico importante, non il più importante. Sicuramente, però, il più scomodo.

Si dice che le BR inizialmente avessero pensato ad Andreotti. Poi il cambio di rotta.

Perché.

«Perché avete ammazzato Moro, quando il Proletariato che dicevate di rappresentare, lo voleva vivo?» (da “Piombo” di Duccio Cimatti).

Forse è proprio lì la risposta.

Moro era un politico dalle ampie vedute, un abile mediatore nella gestione e nel coordinamento del’allora confusa Democrazia cristiana.

Fu un convinto sostenitore dell’allargamento ai socialisti per creare un governo di centro-sinistra. E più tardi, dopo le elezioni del ’76 che videro l’avanzata del PCI di Berlinguer sulla DC, si fece promotore di quello che venne definito il secondo “compromesso storico”.

Un’apertura al partito comunista che non piacque a molti. E non piacque soprattutto oltreoceano.

Secondo Sergio Flamigni, parlamentare del PCI e membro delle Commissioni Parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, gli interessi stranieri intorno alla sorte del presidente convergevano verso la sua eliminazione. Politica ovviamente.

Prima del tragico rapimento, infatti, gli venne attribuito lo scandalo Lockheed.

Moro ne usci con un assoluzione.

di Sara Capitanio -

Tante ombre e poca chiarezza su quello che fu il caso più emblematico della Prima Repubblica. Molte le cose ancora da chiarire su quegli anni dove a vincere era il terrore e la continua tensione.

Anni in cui non si parlava di uomini ma di simboli.

Si sparava alla divisa non all’uomo.

Moro era il simbolo. L’agnello sacrificale per far capire che si faceva sul serio,o almeno ci si credeva..

Moro fu il caso che scosse la classe politica.

Ma ne morirono altri.

“Servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane”. Ed è a loro che quest’anno il Presidente Napolitano, in risposta anche ai manifesti indegni comparsi a Milano di recente (recitavano: “via le BR dalle procure”), ha voluto dedicare il Giorno della Memoria.

“Ai  dieci magistrati che, per difendere la legalità democratica, sono caduti per mano delle Brigate Rosse”:

Emilio Alessandrini; Mario Amato; Fedele Calvosa (con lui muoiono l’autista Luciano Rossi e Giuseppe Pagliei, agente di scorta); Francesco Coco (nell’agguato muoiono anche l’agente Giovanni Saponara e l’appuntato dei carabinieri Antioco Deiana); Guido Galli; Nicola Giacumbi; Girolamo Minervini; Vittorio Occorsio; Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.

 

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