Accogliamo la sfida!

Riconsegniamo la terra al sud del mondo

Riconsegniamo la terra al sud del mondo

25 luglio 2017

di Antonella Palumbo -

 

La speculazione finanziaria delle banche, sui prezzi delle materie prime agricole, causa enormi aumenti di prezzo di materie prime alimentari quali mais e grano, e ciò ha spinto milioni di persone dei paesi poveri del mondo nella grande crisi alimentare del 2007 e 2008.

I futures, i contratti inizialmente creati per aiutare i contadini ad affrontare l’incertezza del raccolto, consentendo loro di vendere i loro prodotti in una data futura ad un prezzo garantito, sono stati acquistati dalle banche che oggi ne dominano il mercato. Esse li acquistano e scommettono sull’aumento del loro valore, e ciò provoca l’incremento del prezzo del cibo.

Il mercato dei futures dei prodotti agricoli nel 1996 era circa il 12% del mercato e nel 2011 ne rappresentava il 62%.

In 10 anni i prezzi dei prodotti agricoli sono duplicati. Negli ultimi due anni tale situazione ha ridotto milioni di persone dei Paesi in via di sviluppo in condizioni di estrema povertà.

L’altro fenomeno che contribuisce all’impoverimento dei popoli del sud del mondo è il land grabs,

ossia l’accaparramento senza regolamentazione di grandi appezzamenti di terreno da parte di imprese e paesi stranieri nei territori in via di sviluppo.

Se i prodotti agricoli sono prodotti per essere esportati, o per creare materia prima da trasformare in biocarburante, sarà sempre meno il cibo destinato al consumo interno.

Purtroppo, anche molte grandi aziende e istituti bancari italiani partecipano a questo assurdo business, attraverso l’acquisizione di terre fertili nel sud del mondo e la speculazione finanziaria sui mercati delle materie prime alimentari.

A tali investimenti conseguono espropriazioni, inganni, violazioni dei diritti umani e distruzione di case e di vite. Una vera ingiustizia!

I grandi organismi internazionali, quali la Banca Mondiale e la FAO, avrebbero dovuto difendere la sovranità alimentare dei paesi più poveri, ma nulla hanno potuto contro gli interessi finanziari ed il grande giro d’affari creato intorno al mercato dei biocarburanti falsamente sostenibili.

È proprio su questo falso mito degli agrocarburanti si è steso le basi di questo ennesimo affronto a quella parte del mondo sempre più sfruttata in nome del cosiddetto carburante ecologico, che però affama il mondo e sfrutta la terra in beffa alla sostenibilità.

Oltre a ciò, la corsa alle piantagioni per ottenere gli scarti agricoli da trasformare in carburante, ha portato alla distruzione di un milione di ettari di foresta ogni anno.

Ciò che andrebbe fatto a difesa dei più poveri, ma anche per fermare la deforestazione, è  il riconoscimento universale del diritto alla terra e alle risorse delle popolazioni rurali, la trasparenza del processo decisionale in capo alla politica e alla finanza, lo sviluppo di strategie agricole che promuovano la coltivazione locale, il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e delle risorse naturali.

I governi dei paesi industrializzati dovrebbero pretendere  dalle proprie imprese che investono all’estero, di rendere trasparenti le loro attività e di garantire l’attuazione degli standard e dei meccanismi di salvaguardia per proteggere i produttori di piccola scala e le popolazioni locali.

Molte sono le associazioni internazionali che chiedono alle imprese e ai governi di tutelare i diritti delle comunità locali in modo da rendere più eque le relazioni di queste ultime con i grandi investitori.

Ciò che possiamo fare noi cittadini consumatori è partecipare attivamente alle petizioni contro il land grabbing, per essere solidali con chi vede i propri diritti violati.

Informarsi sugli investimenti che le aziende fanno, per poter premiare solo quelle che attuano una politica responsabile, capace di promuovere lo sviluppo locale portando lavoro e servizi.

Ancora, agire contro questo sopruso, tramite scelte di consumo e d’investimento consapevoli ed informate, pretendendo l’estensione dei principi di compravendita equa lungo tutta la filiera.

In nome di una cittadinanza attiva, invece, possiamo contribuire alla formazione di cittadini responsabili, attraverso l’educazione alla giustizia e alla sostenibilità del pianeta, alla promozione e alla valorizzazione della diversità, al consumo responsabile e al rispetto dei diritti umani individuali e collettivi, alla parità di genere e all’utilizzo del dialogo quale strumento per la risoluzione pacifica dei conflitti, per la costruzione di una società più equa e solidale.

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