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Educare contro l’indifferenza è possibile

Educare contro l’indifferenza è possibile

13 novembre 2017

di Emanuele Tanzilli -

La questione dell’illegalità diffusa, quella che colpisce e coinvolge una larghissima parte della popolazione tramite piccoli gesti, dal sapore quasi insignificante, è tutt’altro che irrilevante e superata. A farne le spese, prevedibilmente, sono in primo luogo i cittadini onesti, ma è la collettività nel suo complesso a risentirne, e con essa i meccanismi della convivenza civile che regolano la società.

In questo, gli animali potrebbero esserci maestri: pur privi di un intelletto sofisticato, è facile constatare come nella maggior parte delle specie animali si sviluppi spontaneamente un sistema di regole basato sull’appartenenza al gruppo, o branco, o stormo che dir si voglia. Chi non rispetta le regole del gruppo, viene abbandonato o lasciato morire dagli altri componenti.

Senza giungere a tali drastiche conseguenze, ma a puro titolo di esempio, nella società umana a scoraggiare tali tipi di comportamento sono le leggi, e dalla loro inosservanza le sanzioni, di tipo economico (es. le multe) o sociale, come la disapprovazione, la perdita di reputazione, l’emarginazione, fino ad arrivare nei casi più gravi alla privazione della libertà tramite la reclusione in galera.

Cos’è, allora, che spinge a porsi in contrasto con le leggi, con le regole del buonsenso, con il rispetto del prossimo e dell’ambiente? Cos’è che motiva i “furbi” ad approfittarsi delle circostanze di turno a proprio esclusivo vantaggio?

La risposta potrebbe apparire addirittura banale, ed in larga parte lo è; quello che non deve sfuggire, però, sono le cause che hanno portato nel tempo, come un effetto-domino, alla cultura dell’illegalità, della superficialità, della furbizia.

Manca innanzitutto un’educazione di base che porti al rispetto dei valori comuni, da coltivare fin dalla giovane età. A farsi carico di questo gravoso impegno devono essere, oltre agli educatori per eccellenza, ovvero i genitori, anche quelle istituzioni a forte impronta sociale come il sistema scolastico o il mondo ecclesiale; è chiaro che, quando l’uno viene costantemente messo in ginocchio da politiche di tagli e le altre vengono messe all’angolo dai pregiudizi affrettati e dal timore, diventa estremamente difficile svolgere con serenità la propria missione.

C’è poi, fortissimo, l’aspetto psicologico, fatto di prepotenza, di indifferenza, di odio, fatto di impunità, assenza di senso del dovere e dai soliti slogan: nessuno mi scoprirà, ci penserà qualcun altro, non cambierà niente. La mancanza di visione prospettica, per cui si preferisce badare al presente, senza preoccuparsi delle ripercussioni future, è un’altra delle piaghe più gravi nel sentire comune, ed i suoi effetti sono ben visibili nelle sue conseguenze più immediate: inquinamento, esclusione, conflitti, pressappochismo.

Occorre dunque imparare ad agire sulla coscienza del singolo, se necessario con le giuste misure persuasive, ma mai dimenticandosi di guardare oltre, alle misure educative, fino a creare una coscienza collettiva libera dagli egoismi e dai personalismi, fondata sulla collaborazione e sull’attenzione per tutto, dai piccoli gesti quotidiani alle problematiche più grandi ed importanti. In che modo? Appoggiando il lavoro incessante di chi si adopera per il bene comune, sostenendolo e non ostacolandolo, riponendo fiducia nella possibilità di ognuno di apportare il proprio contributo, ma soprattutto credendo in modo sincero nella possibilità di cambiare le cose.

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