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Il fascino della strage degli innocenti

Il fascino della strage degli innocenti

3 febbraio 2018

Il potere dell’arte

Lasciarsi affascinare dalla strage degli innocenti non richiede necessariamente una mente psicopatica se, l’interesse per una pagina così drammatica della storia dell’umanità, non viene stimolato da spargimenti di sangue e scene da film horror, ma da un’opera pittorica dal grande valore artistico come il dipinto di Guido Reni, realizzato nel 1611 e che ritrae un passaggio del vangelo (Mt 2,16).

È il potere dell’arte che, attraverso varie forme espressive, traduce in linguaggi alternativi i segreti della vita, per recuperarne la dimensione trascendente e fissarla, come in un fermo immagine, perché l’animo umano possa celebrarne il mistero.

Duemila anni di storia

Un insieme di elementi, solo fisicamente statici, ma metafisicamente in movimento, attraverso un intreccio di segni proietta magicamente fuori dal tempo, permettendo al visitatore di ripercorrere duemila anni di storia. Rappresentazione simbolica che, artisticamente parlando, celebra un memoriale laico, di forte spessore multiculturale.

Un evento drammatico di duemila anni fa diventa testimonianza indiretta della cultura del 1600, per poi permettere, oggi, il paradossale incontro con la bellezza e attivare processi sociali alternativi, chiamando in causa ambiti d’azione precisi e, dalla prospettiva di uno sguardo profetico, scenari non ancora compiuti, ma attesi.

L’opera d’arte

Olio su tela dalle grandi dimensioni (cm 268×170), realizzata nel 1611 da Guido Reni, di solito è esposta nella Pinacoteca Nazionale di Bologna.

La pala sintetizza, nel suo nucleo centrale, il tema dell’opera, con il pugnale pronto a trafiggere l’innocenza difesa dall’amore.

In realtà, volendo indicare un itinerario didattico, l’immagine va “letta” da sinistra verso destra. Una madre tenta di portare via il suo bambino, ma viene afferrata dalla mano di uno dei due carnefici. Il secondo uomo tira a se un altro fanciullo per ucciderlo, ostacolato dal tentativo disperato della mamma. Sulla destra una terza donna prova a portare via il figlio. In basso, bambini già colpiti giacciono per terra, uno sull’altro.

Proposta educativa

Un alternativo percorso educativo è possibile proporlo scomponendo l’opera e isolando i personaggi. Troviamo quattro tipologie di figure: le donne, gli assassini, i bambini, gli angeli.

Espressività e posizioni veicolano, per ogni sagoma, un messaggio diverso. I volti “parlano”, tutti. Un’emozione diversa trasmette ogni donna, come anche ogni singolo bambino. Il basso profilo dei carnefici è espresso con un volto spento e l’altro nell’ombra. In alto le figure rasserenanti degli angeli sembrano voler mitigare lo sconforto dello spettatore che, dopo essersi soffermato sulla tragedia, è chiamato, con slancio di fede, a scovare nell’opera il vero responsabile.

L’evento

Vale la pena, allora, andare ad ammirare l’opera, in mostra presso il Museo Archeologico di Aosta fino al 18 febbraio 2018. L’esposizione, organizzata dalla Regione autonoma Valle d’Aosta, si inserisce nell’ambito della mostra dal titolo “La strage degli Innocenti. Manifesto del Raffaellismo di Guido Reni”.

Insieme all’opera di Reni, è esposta, per la prima volta, una Testa di Madonna, olio su tavola, attribuita a Raffaello.

L’autore

Nasce a Bologna nel 1575. A 9 anni entrò nella bottega bolognese del pittore fiammingo Denijs Calvaert, per poi aderire, successivamente, all’Accademia dei Desiderosi.

Nel 1598 dipinse la Incoronazione della Vergine e quattro santi, oggi nella Pinacoteca di Bologna, per la chiesa di San Bernardo. Successivamente produsse le tele della Madonna col Bambino, san Domenico e i Misteri del Rosario della Basilica di San Luca; la Gloria di San Domenico nella chiesa omonima e la Assunzione della Vergine, nella parrocchia di Pieve di Cento.

Nel 1601 era a Roma, dove dipinse il Martirio di santa Cecilia, per la Basilica alla santa dedicata, ubicata in Trastevere.

In questo periodo dipinse il Cristo in Pietà adorato dai santi Vittore e Corona, da Santa Tecla e San Diego d’Alcalà, ora nella Cappella della Sacra Spina del Duomo di Osimo e la Trinità con la Madonna di Loreto (1604) per la Chiesa della Trinità.

Nel 1605 completò La crocefissione di san Pietro, per la chiesa romana di San Paolo alle Tre Fontane, ora nella Pinacoteca Vaticana.

Nel 1608 papa Paolo V gli affidò la decorazione di due sale dei Palazzi Vaticani, la Sala delle Nozze Aldobrandine e la Sala delle Dame. Nel 1612 terminò gli affreschi di Santa Maria Maggiore.

A Bologna iniziò ad affrescare l’abside della cappella di San Domenico, nell’omonima basilica ed eseguì opere per la chiesa di Santa Maria della Pietà.

Nel maggio 1622 fu convocato a Napoli, per affrescare la cappella del Tesoro di San Gennaro, in cattedrale, ma non raggiunse l’accordo economico e ripartì per Roma, dopo aver dipinto tre tele per la chiesa di San Filippo Neri. Nel 1627 dipinse la tela della Immacolata Concezione, oggi nella Chiesa di San Biagio a Forlì.

Superata la peste del 1630, il Senato bolognese gli commissionò la pala votiva della Madonna col Bambino e santi.

Fanno parte della produzione ultima le Adorazioni dei pastori di Napoli e di Londra, i San Sebastiano di Londra e di Bologna, la Flagellazione di Cristo di Bologna, Il suicidio di Cleopatra e La fanciulla con corona, entrambe nella Pinacoteca Capitolina e per ultimo il San Pietro piangente in collezione privata.

Morì nel 1642. Il corpo fu esposto vestito da cappuccino e sepolto nella cappella del Rosario della basilica di San Domenico.

 

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