Accogliamo la sfida!

Un minore, un prete e un giornalista: come morire ammazzati a settembre!

Un minore, un prete e un giornalista: come morire ammazzati a settembre!

18 settembre 2011

di Alessandro Grimaldi -

Cosa hanno in comune un sedicenne, un prete e un giornalista? Essere morti ammazzati nel mese di settembre. Stefano Ciaramella, don Pino Puglisi, Giancarlo Siani, tre storie da raccontare al termine dell’estate, affinché il sole possa continuare ad abbronzare, fino a far bruciare, le nostre coscienze.

Si può morire per un motorino? La risposta più immediata è un NO fermo! Ma se modifichiamo la domanda e ci chiediamo se vale la pena morire per difendere un proprio diritto? In questo caso, la fermezza del NO inizia a traballare. Stefano Ciaramella, 16 anni, di Casoria. Uno come tanti, non un supereroe, ma un ragazzo dalla straordinaria normalità. Morto perché, al momento giusto, si è ribellato alla cultura del più forte e ha reagito alla prepotenza di una criminalità per niente organizzata. Non era lui nel posto sbagliato, ma i suoi assassini: vittima innocente di vittime colpevoli.

Si può morire per una festa patronale? Anche in questo caso ci verrebbe da dire di NO! Ma se dietro quella morte si cela la denuncia di un sistema che trasforma i giovani in mafiosi, allora Pino Puglisi, 56 anni, sacerdote di Palermo, non doveva morire. Il suo ricordo, però, ci dice che la sua morte non è stata inutile.

Si può morire per un fatto di cronaca descritto su un giornale? Ancora NO! Giancarlo Siani, 26 anni da pochi giorni, napoletano, cronista de “Il Mattino”, ammazzato per aver denunciato pubblicamente le infiltrazioni della camorra nella politica locale e aver raccontato i retroscena delle guerre interne tra clan.

L’incosciente ribellione giovanile, la provocante fede di un “parrino”, l’appassionata ricerca della verità di un giornalista. Tre atteggiamenti che esprimono tre modi diversi di dire basta, ma un solo modo di continuare a vivere: morire ammazzati!

2 commenti

  1. La domanda che mi pongo è questa: “Perché fare la cosa giusta porta dei risvolti negativi nella vita di una persona, in questo caso la morte?” C’è qualcosa che non funziona, ma la cosa più triste è che si sa cos’è che non va e si sa anche qual’è la soluzione, ma non si fa nulla per risolvere questa situazione…

  2. Alessandro G. /

    Hai ragione Ivan, purtroppo, a volte, fare la cosa giusta porta alla morte. Lo ha insegnato Gesù e lo ricordano tanti esempi (non solo cattolici) in 2000 anni di storia. Potrebbe sembrare la logica del più forte, ma in realtà è ciò che ci chiede Dio: amare il prossimo fino a donare la propria vita.

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