20 Dicembre 2025
di Alessandro Grimaldi –
È possibile pretendere che delle persone che hanno commesso dei crimini siano giudicati da Paesi esteri? Il riferimento non è a Maduro e alle vicende di attualità che coinvolgono il Venezuela e gli USA, ma al famoso processo storico di Norimberga, poiché questo quesito apre la narrazione dell’omonimo film per il cinema, nelle sale italiane dal 18 dicembre 2025.
Come nei casi recenti che coinvolgono gli Stati Uniti d’America, ad essere chiamato in causa è ciò che oggi viene definito con l’espressione “diritto internazionale”. Nel 1945-1946, infatti, con il processo di Norimberga, vengono gettate le basi per futuri accordi tra Stati sovrani, al fine di garantire la stabilità e la pace. A tal proposito sarà istituito, per l’occasione, un tribunale internazionale, affinché i colpevoli rispondano ai loro crimini e il mondo sappia cosa è accaduto.
Ovviamente non entriamo nel merito della questione strettamente storica, ma ci soffermiamo sulla narrazione della proposta cinematografica che vede due premi oscar a confronto: Russell Crowe, nei panni (o forse sarebbe meglio dire nella divisa) di Hermann Göring, braccio destro di Hitler, riconosciuto come suo successore; Rami Malek, interprete di Douglas Kelley, l’ufficiale medico statunitense, “strizzacervelli” chiamato a studiare la sanità mentale dei nazisti, allo scopo, soprattutto, di valutare l’emergere di ideazioni suicidarie durante il tempo di reclusione, in attesa della scontata condanna a morte.
La trama che, conoscendo la storia, poteva risultare scontata, in realtà è resa originale proprio dal punto di vista clinico. La cella dove viene rinchiusa la massima autorità nazista vivente diventa il setting dei colloqui psicologici tra Bouglas e Hermann, luogo di scontro ed incontro tra due “maestri” della manipolazione, poiché è vero che, per comprendere i criminali o i pazzi, bisogna entrare nella loro mente e, quindi, ragionare come loro. Lo farà il dottor Kelley, fino alla fine.
Perché la domanda che la criminologia clinica si pone ancora, dopo più di 80 anni, è la seguente: chi dava gli ordini era pazzo o criminale? La possibile risposta è di forte attualità. A maggior ragione oggi, alla luce dello sviluppo delle scienze psichiatriche, ci chiediamo se, chi compie un crimine efferato, in realtà non possa essere una persona disturbata mentalmente.
La distanza tra normalità e follia è sottile come il confine tra vincitori e perdenti. Chi ha perso la guerra, chiaramente, ha torto, chi la vince ha sempre ragione perché, si sa, la scrive chi ha il potere.
Le stesse aspettative che immaginavano un ritornello scontato come “ho eseguito gli ordini”, in effetti sono state disattese proprio dalla prospettiva del potere che emana gli ordini, per poi provarsi a giustificare, difronte allo sterminio dei campi, con un banale “non ne ero a conoscenza”.
Sul piano dei contenuti, quindi, il racconto lancia diversi spunti di riflessione, non dando nulla per scontato, neanche sul fronte delle relazioni interpersonali che solleticano un possibile sentimento di amicizia in chi non dovrebbe essere umano, anche se si sforza di dimostrare il contrario, così come accade con l’icona della stabilità che, diversamente, dimostrerà quanto tutti possano essere fragili.
Dal punto di vista formale, osserviamo una fotografia giustamente scura, ad indicare il periodo buio, che non si illumina neanche quando, nel racconto, si intravede qualche spiraglio di sole. La progressiva emarginazione dei personaggi secondari, a favore degli Oscar, rende la narrazione servile alla parte romanzata del racconto, ribadendo, tutto sommato, la natura di un genere che non deve necessariamente preoccuparsi di riportare i dettagli come se fosse un documentario. La sceneggiatura, tratta dal saggio storico “Norimberga. Il nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai, limita il giudizio sul contenuto, ma apre a prospettive interessanti sul piano della trasposizione audiovisiva, lì dove, tra le righe, senza molta fantasia, è possibile intravedere l’intenzione “politica” dell’interpretazione autoriale.
Focus: il rapporto tra Chiesa e reich
A proposito di politicamente corretto, presentiamo un breve approfondimento sulla scena in Vaticano. Nei primi minuti di proiezione, protagonista è ancora Michael Shannon, il giudice americano Robert H. Jackson, impegnato nella costituzione del tribunale internazionale. Per convincere i capi, chiede udienza a papa Pio XII, implorando il suo intervento. Il colloquio avviene in un informale corridoio, con prelati e chierici di passaggio.
In questo contesto, l’interlocutore del pontefice, difronte ad un primo rifiuto, fa leva sulla questione spinosa del rapporto tra Chiesa e governo nazista, alludendo che, papa Pacelli, in qualità di cardinale segretario di Stato, ebbe un ruolo di primo piano nell’accordo tra Santa Sede e reich tedesco, firmato il 20 luglio 1933 e orientato a garantire i diritti dei cattolici in Germania. Tale concordato fu visto come una legittimazione del governo nazista da parte della Chiesa.
È chiaro che la storia non si può giudicare con il senno di poi. Le leggi che esplicitano la politica antisemita di Hitler furono promulgate, proprio a Norimberga, il 15 settembre 1935, quindi due anni dopo la firma del concordato, avvenuta in un momento storico dove Hitler era stato legittimamente eletto dal popolo solo pochi mesi prima, per l’esattezza il 30 gennaio 1933. Storicamente è indiscutibile che, nei primi mesi del suo governo, non appariva ancora chiaro il suo folle piano di repressione ed espansione, che portò alla seconda guerra mondiale.
L’obiettivo del Vaticano, del resto, nel pieno delle sue competenze e preoccupazioni, era quello di ottenere una garanzia circa la presenza della Chiesa cattolica in Germania e lo svolgimento delle proprie attività (insegnamento della religione cattolica; legittimità delle scuole e delle organizzazioni cattoliche; libertà di praticare la religione), alla luce anche delle prime pressioni locali.
Il regime nazista, infatti, nelle settimane precedenti la stipula dell’accordo, aveva esercitato pressioni sulla Santa Sede, tramite azioni di forza sul proprio territorio: in pochi giorni furono arrestati più di 90 sacerdoti, chiusi giornali cattolici, perquisiti circoli confessionali.
Come si è compreso successivamente, Hitler, all’inizio del suo mandato, era alla ricerca di legittimazione internazionale. È un dato di fatto che, successivamente, nonostante il trattato, aumentarono le persecuzioni nei confronti di preti e suore, dimostrando come l’ideologia nazista era anti-semita e anti-cristiana.
Ricordiamo che le proteste dei vescovi e del papa contro gli abusi dei nazisti non tardarono e culminarono, nel 1937, con l’enciclica Mit brennender Sorge, firmata da Pio XI, scritta in tedesco e letta in tutte le chiese della Germania.
È storicamente provato che la reazione di Hitler fu spietata. Intensificò, infatti, la repressione contro il clero e le istituzioni cattoliche, arrivando, nel maggio 1937, ad arrestare circa 1.100 sacerdoti e religiosi, molti dei quali trovarono la morte nel campo di concentramento di Dachau.
Tornando, quindi, alla questione affrontata nel film, per onestà intellettuale va ricordato che, se il cardinale Pacelli (papa Pio XII ai tempi del processo di Norimberga) tentò un dialogo con il nuovo governo tedesco, fu anche protagonista della redazione dell’enciclica che condannò il nazismo a livello internazionale.