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Alzheimer: quando la malattia diventa creatività

Alzheimer: quando la malattia diventa creatività

31 luglio 2016

di Antimo Verde – Quando si parla di Alzheimer, immediatamente vengono in mente persone che lentamente e progressivamente iniziano ad avere disturbi di memoria in maniera sempre più irreversibile. Vuoti di memoria che si fanno sempre più estesi e che inevitabilmente influenzano il quotidiano poiché portano a delle modificazioni nel linguaggio, nel giudizio, nell’orientamento nel tempo e nello spazio, producendo importanti cambiamenti nella personalità, che inducono ad una graduale diminuzione dell’autonomia, così che la persona affetta non è più in grado di provvedere da sola ai suoi bisogni primari.

Nella tragedia, spunta però, una nota brillante. Perché se è pur vero che nella maggior parte dei soggetti colpiti, l’Alzheimer devasta cervelli e personalità, in alcuni pazienti, invece, aumenta sorprendente, la creatività. Questi soggetti iniziano a cantare, a dipingere e a scrivere poesie. Ma non solo, alcune aree cerebrali risparmiate dalla malattia sembrano ravvivarsi.

Proprio per cercare di capire ed esaminare questo inedito aspetto della tanto temuta malattia, il “Journal of Alzheimer’s Disease”, con l’ausilio di uno studio dei ricercatori del “Neuroscience Reasearch Australia” dal previdente titolo “Non tutto è perduto”, tenta di mettere ordine fra i tanti casi esaminati dalle riviste scientifiche.

I ricercatori australiani hanno agito interrogando 185 persone che quotidianamente assistono pazienti con demenza e hanno registrato un aumento di attività creative in alcuni degli assistiti, constatando che abilità creative come pittura, disegno e canto, che prima non erano evidenti negli individui, hanno iniziato ad emergere e migliorare.

Ciò non dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che molte associazioni di malati nel mondo organizzano da tempo corsi di pittura, lezioni di canto e visite ai musei. Proprio per questo, l’università del Kentucky, ad esempio, farà partire a settembre una vera sperimentazione per vedere se effettivamente pittura, collage e scultura possono migliorare i sintomi di 12 pazienti con demenza lieve.

Secondo Oliver Piguet, che ha coordinato lo studio, una possibile spiegazione sarebbe dovuta al fatto che la demenza colpisce il cervello in maniera progressiva e l’atrofia che si manifesta nelle fasi iniziali sarebbe piuttosto localizzata. Ma, quando si estende, può spingere all’attivazione le regioni che vengono risparmiate e quindi, mentre le attività cognitive, come memoria e linguaggio, declinano rapidamente, le facoltà musicali, che poggiano su circuiti meno intaccati dalla malattia, si risvegliano.

Un’altra ipotesi, segnalata negli anni passati, suggeriva che il declino delle facoltà cognitive “disinibisse” le aree legate alla creatività. Ad avviare i neuroscienziati verso il legame fra l’Alzheimer e la creatività è stato il curioso destino del musicista e compositore Maurice Ravel, autore, tra gli altri, del più celebre dei suoi brani, Bolero. Il suo cammino si intrecciò casualmente con quello di Anne Theresa Adams, una pittrice canadese che, proprio di Bolero, si sforzò di dare una traduzione visiva nella serie di opere intitolata “Unraveling Bolero”.

Anche lei, come il compositore, con l’avanzare degli anni mostrava i primi segni di incapacità di esprimersi a parole causata probabilmente da una qualche forma di demenza. Notando ciò, un gruppo di neuroscienziati dell’Università della California a San Francisco, affermarono sulla rivista “Brain”, che nonostante la grave degenerazione di alcune aree del suo cervello, la pittrice “mostrava un aumento di materia grigia e di perfusione di sangue nelle zone implicate con l’integrazione di sensi diversi”.

Secondo i ricercatori, segno evidente, che i miglioramenti di funzionalità delle aree risparmiate dalla malattia possono dar vita a forme di creatività visiva liberate dalla degenerazione della corteccia frontale. Si può certamente obiettare, che questi risultati possono considerarsi magre consolazioni, rispetto ad una risoluzione radicale del problema.

Tuttavia, visto che al momento, ancora non esiste nessuna cura capace né di prevenire né di contenere la malattia, e dal momento che gli unici farmaci che possono aiutare i pazienti colpiti da questa terribile malattia sono l’amore, il rispetto e la comprensione, risulta comunque, consolante pensare che un’inaspettata vena creativa possa, in qualche maniera, rendere migliore la qualità della vita di chi si trova ad affrontare questa angosciante battaglia.

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