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Ecco l’esercito dei NEET

Ecco l’esercito dei NEET

20 luglio 2017

di Antimo Verde – Dopo i Nerd, i Geek, i Keeg e altri acronimi per definire status o modus vivendi di alcuni degli appartenenti di quella che viene etichettata, oramai, la “generazione y”, ne arriva un nuovo di zecca: i Neet. Che sta per “Not in Education, Employment or Training”. Ma chi sono i Neet? Sono sono i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi. Un universo complesso in cui ci sono i giovanissimi che hanno terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero. Poi, ci sono i demotivati, coloro i quali cioè hanno smesso di cercare un impiego perché dopo il diploma non sono riusciti a entrare subito nel mercato ed infine, ci sono i laureati che hanno acquisito competenze risultate subito obsolete per le richieste delle imprese.

Le origini di tale acronimo risalgono a molto lontano. Infatti, per primo fu il governo inglese, nei primi anni ’80 a rendersi conto della situazione dei giovani né studenti né impiegati e il Ministero del Lavoro incominciò a proporre percorsi di inserimento nel mondo professionale ai ragazzi della fascia tra i 16 e i 18 anni che non studiavano né lavoravano. Nel 1994, poi, fu la South Glamorgan University a calcolare in una percentuale del 20/25% il numero dei giovani inattivi e a domandarsi come potevano essere definiti a livello sociale.

Con “Status A”, la proposta iniziale venne subito bocciata in prima pagina dal “The Guardian” per un significativo parallelismo tra A e Abbandonati. Con il Governo Blair del 1999 si arrivò alla definizione attuale e che compare per la prima volta nel 2002 su una rivista specialistica, in un articolo scritto da John Bynner e Samantha Parsons, dal titolo Social exclusion and the transition from school to work: the case of young people Not in Education, Employment, or Training (NEET)”.

Da allora questo termine è diventato fondamentale per descrivere il fenomeno che coinvolge milioni di giovani, che secondo l’Istat, in Italia sarebbero arrivati ad essere 2.214.000. Da quanto emerge dai dati forniti da Eurostat, la fascia di età più colpita sarebbe quella che va dai 15 ai 29 anni. Praticamente, un italiano su quattro, che rientra in quella fascia, non lavora, né studia, né si sta formando. Analizzando più dettagliatamente il fenomeno in Italia, si osserva che mediamente interessa maggiormente le donne con il 26,1%, mentre per gli uomini la percentuale è del 21,8 % e colpisce, in particolare, i giovani del Mezzogiorno.

Sono, difatti, la Sicilia e la Campania le regioni con le quote più elevate, seguite poi, dalla Calabria e dalla Puglia. Ma, negli ultimi dieci anni i numeri che riguardano i Need sono diventati ancora più significativi in molti Paesi Europei. Risultano presenti, per i dati relativi al 2015, ben 13 milioni di Need. Non risultano presenti, però, in Germania, Ungheria, Slovacchia, Svezia, Regno Unito, Polonia, Austria e Repubblica Ceca.

Mentre, oltre all’Italia, la crescita più importante della percentuale di giovani appartenenti alla categoria, negli ultimi dieci anni, si è avuta in Grecia, in Romania e in Spagna. Certamente, il fenomeno è molto rilevante nei paesi dell’Europa mediterranea, con l’eccezione del Portogallo, e nei paesi dell’est Europa, mentre risulta inferiore nei paesi del centro-nord Europa, con la parziale eccezione di Francia e Irlanda e una situazione di peggioramento in Finlandia.

A fare la differenza tra i diversi Paesi, è sicuramente la situazione economica. Infatti, è ben noto come la recente crisi economica abbia particolarmente colpito i paesi dell’Europa mediterranea che, crisi a parte, sono comunque strutturalmente più deboli dei paesi del centro-nord Europa.

Altri fattori sono da ravvisare nel mercato del lavoro. Difatti, questi paesi hanno generalmente un mercato del lavoro che tende a tutelare molto chi è già dentro, mentre rende complicato l’ingresso a chi ne è fuori. Altri ancora chiamano in causa l’organizzazione del welfare state, molto sbilanciato sugli anziani nei paesi mediterranei. Infine, ci sono elementi socio-culturali, come il ruolo della famiglia e la scarsa predisposizione alla mobilità.

Visto la crescita sempre più sensibile dei Neet, sarebbe pertanto, opportuno non pensare a politiche e interventi rivolti a quest’ultimi, ma bensì, adoperarsi per creare contesti in cui i giovani abbiano la concreta possibilità di studiare, lavorare e vivere appieno la loro esistenza.

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