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La paura di rimanere senza cellulare diventa patologia

La paura di rimanere senza cellulare diventa patologia

12 maggio 2019

di Antimo Verde – Guardare continuamente il proprio smartphone, collegarsi incessantemente ai social per condividere la propria realtà con gli amici virtuali, leggere attentamente tutto ciò che riguarda i propri followers, aver paura di rimanere senza batteria del proprio cellulare e non sia mai ci si renda conto di non averlo con sé e si iniziano ad avere incontrollati attacci di ansia; allora senza alcun dubbio si è vittima della nomofobia: ovvero la paura di non poter usare il telefono cellulare. Difatti, la parola deriva proprio da ‘no-mobile‘ e un numero sempre maggiore di italiani sembra soffrirne, tanto che il termine è stato inserito all’interno del vocabolario Zingarelli 2015.

Secondo il dottor Federico Tonioni, psichiatra dell’Ospedale Gemelli di Roma, in concreto viene meno l’accedere alla dimensione online delle relazioni e questo può provocare reazioni differenti, a seconda dell’età. Infatti, secondo il professore, gli adolescenti che sono nativi digitali e che non hanno mai conosciuto un vita prima del computer, quella online è davvero un nuovo modo di comunicare e pensare.

Negli adulti, invece, che un prima del computer lo hanno conosciuto, ci sono più i caratteri della dipendenza patologica e, quindi, è ipotizzabile che un adulto senza il suo telefonino si senta smarrito, come se perdesse il controllo della realtà. In genere, il nomofobico è un soggetto ansioso e ha difficoltà nel perdere il controllo sugli altri e che ha sempre bisogno di avere una conferma da parte di questi.

In realtà, non può essere considerata una vera patologia, perciò è configurata come fobia. Ossia una paura non giustificata dalla realtà. Una paura che sta colpendo milioni di persone in tutto il mondo, compresi molti italiani, che notoriamente, hanno sempre avuto un morboso attaccamente al telefono. Secondo alcuni dati diramati dall’Università di Granada, i più colpiti da tale fobia, sarebbero i giovani adulti con bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali, che sentirebbero il bisogno di essere costantemente connessi e in contatto con gli altri attraverso il telefono cellulare.

Come afferma il dott. Ezio Benelli, presidente del Congresso Mondiale di Psichiatria Dinamica e dell’International Foundation Erich Fromm, l’abuso dei social può portare all’isolamento come conseguenza della nomofobia, ovvero la paura di perdere il collegamento dalla rete. Dunque, l’utilizzo smodato e improprio del cellulare come di Internet può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso.

Secondo, poi, una ricerca dell’ente britannico YouGov, dove emerge che più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni vanno a letto in compagnia del telefono, oltre la metà tende a manifestare stati d’ansia quando rimangono a corto di batteria, di credito, senza copertura di rete oppure senza il cellulare. Più specificatamente, in Italia, sono il 32% degli adolescenti che prova una sensazione importante di ansia e depressione che gli genera uno stato di angoscia quando si trova in tali circostanze. Praticamente oltre 3 adolescenti su 10.

La ricerca evidenzia, inoltre, che sono gli uomini che tendono ad essere più ansiosi e che circa il 58% di loro soffrono di questa sindrome. Mentre le donne arrivano al 48%. Uno studio americano, effettuato da Morningside Recovery, centro di riabilitazione mentale di Newport Beach, ha dimostrato, inoltre, che circa i due terzi della popolazione americana è affetta da nomofobia e che molti raggiungono stati elevati di agitazione incontrollata se vengono a conoscenza di non possedere il proprio cellulare.

Un fenomeno che è in forte crescita e che secondo gli esperti, può essere limitato attraverso una psicoterapia appropiata. Come può essere, ad esempio, lo psicodramma, una terapia di gruppo che spinge il soggetto a compiere un’azione che in qualche modo possa richiamare la sua storia personale e portare alla luce il proprio inconscio. Un lavoro emozionale, che porta i partecipanti ad interagire tra loro e condividere vere emozioni con le quali si può riprendere contatto con il presente e prendere coscienza di quanto è stato rimosso.

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