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La lenta e silenziosa crescita dell’AIDS

La lenta e silenziosa crescita dell’AIDS

12 dicembre 2015

di Antimo Verde – Certo sono lontani i tempi in cui, quella che venne denominata “la peste del 2000”, infondeva terrore causando milioni di morti in tutto il mondo senza che niente e nessuno potesse fermarla. In Italia, l’Aids compare nel 1982 e da allora inizia a mietere le sue prime vittime, che sino ad oggi, risultano essere oltre 43mila con più di 67.000 casi registrati. Per fortuna, con il passare dei decenni, il progresso della medicina con l’introduzione e la diffusione dei farmaci antiretrovirali hanno portato a una netta diminuzione dei casi e dei decessi per Aids.

Ma nonostante ciò, solo nel 2014, sono stati diagnosticati 858 nuovi casi pari a un’incidenza di 1,4 nuovi casi per 100.000 residenti e poco meno di un quarto dei malati conclamati ha eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi di Aids. Questa bassa percentuale di persone in terapia è legata al fatto che, al contrario, una quota crescente di persone Hiv positive è inconsapevole della propria sieropositività.

Infatti, tra il 2006 e il 2014, è aumentata a dismisura la percentuale delle persone che arrivano allo stadio di Aids conclamato ignorando la propria sieropositività, passando dal 20,5% al 71,5%. Ciò si deve al calo dell’attenzione, delle campagne di sensibilizzazione e dell’allarme sociale, che ha riportato l’opinione pubblica a considerare l’emergenza come limitata a fasce di popolazione di cui si sente di non far parte.

Eppure, nonostante la consapevolezza del pericolo che si corre, l‘incidenza dei contagi resta pressoché invariata, mentre continua a crescere la percentuale delle persone che arrivano allo stadio di Aids conclamato ignorando la propria sieropositività. A nulla sono servite compagne di sensibilizzazione e informazione visto che, secondo i dati diffusi dal Centro operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, le modalità di trasmissione sono ancora rappresentate nell’84% dei casi da rapporti sessuali senza preservativo, sia tra eterosessuali che tra maschi omosessuali.

Solo nell’ultimo anno, infatti, nel nostro Paese 3.695 persone hanno scoperto di essere Hiv positive. Un’incidenza pari a 6,1 nuovi casi di sieropositività ogni 100 mila residenti. Le regioni che hanno l’incidenza più alta sono il Lazio, la Lombardia e l’Emilia-Romagna. La tendenza colloca il nostro Paese al 12° posto nell’Unione Europea. In Europa, difatti, il sistema di sorveglianza ha registrato lo scorso anno 142mila nuove infezioni nei 53 paesi della regione europea dell’Oms, di cui circa 30mila nella sola Ue; il numero più alto mai visto da quando è iniziato il conteggio.

Intanto, mentre in America è la seconda causa di morte dopo gli incindenti stradali, in Africa, l’Aids è diventata la prima causa di morte tra gli adolescenti, dove ogni ora si verificano 26 nuovi contagi. Innegabilmente, il sensibile incremento dei flussi migratori degli ultimi anni in Italia, ha determinato un aumento dei numeri legati alla malattia. In base ai dati dell’Iss, infatti, il 27,1% delle persone diagnosticate come Hiv positive è di nazionalità straniera.

Il fenomeno tra gli stranieri è percentualmente più evidente nel Lazio, in Campania, in Sicilia e in Molise. Ma ciò, non significa che gli immigrati sono portatori consapevoli dell’infezione. Tutt’altro. Infatti, gli esperti della Società italiana di malattie infettive e tropicali hanno sottolineato che non ci sono assolutamente rischi per la salute degli italiani derivanti dai fenomeni migratori.

Analisi avvalorata, poi, da uno studio presentato al Congresso europeo sull’Aids, che dimostra che almeno il 20% della diffusione del virus dell’Hiv tra i migranti riguarda contagi avvenuti dopo l’arrivo in Italia. Si è precisato, inoltre, che il virus colpisce prevalentemente gli uomini mentre continua a diminuire l’incidenza delle nuove diagnosi nelle donne e la fascia di età più colpita è quella tra i 25 e i 29 anni, dove si registra 15,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti.

Pur essendo il test per l’Hiv, un metodo di prevenzione e di informazione sulla malattia, secondo lo studio “Questionaids” condotto dalla Lila e dal Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, su un campione di popolazione generale, il 36% non lo ha mai fatto, poiché, per Massimo Oldrini, presidente della Lila, fare il test rappresenta un problema per sempre più persone e che si tratta di un dato che va di pari passo con il fatto che in Italia oltre il 50% delle persone scopre di avere contratto l’Hiv solo in una fase molto avanzata dell’infezione.

Seppure gli ultimi ritrovati in campo medico permettono ai sieropositivi di poter convivere con la malattia e di sopravvivere per anni, la prevenzione resta comunque l’arma migliore per combatterla.

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