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La Grazia di Sorrentino colpisce ancora

22 Gennaio 2026

di Alessandro Grimaldi –

 

Arriva La Grazia di Sorrentino e, ancora una volta, la grottesca genialità rappresentativa del regista si intreccia con l’intima costruzione dei dialoghi, a tratti anestetizzanti.

Sulla scia di Partenope, che indagava sull’essenza dell’antropologia, qui l’interrogativo si mantiene sull’esistenziale, chiedendosi “di chi sono i nostri giorni”. La domanda che, apparentemente, ha in sé la risposta, si intreccia con una riflessione profonda sull’amore che, in sintonia con la trasversalità confessionale ormai scontata nelle opere sorrentine, si incontra e si scontra con la morte.

La risposta non è univoca e trasforma la spinosa questione dell’eutanasia in un progressivo percorso di adesione emotiva.

Sul piano dei contenuti, nonostante la solida cornice giuridica garantita dai numerosi manuali scritti dall’ex professore di Diritto Mariano De Santis, oggi presidente della Repubblica, in realtà la narrazione svela la complessità della tematica del fine vita che, per forza di cose, si scontra con l’etica dei sentimenti prima ancora che con la morale dottrinale.

Del resto, la “grazia” è un concetto che si ritrova in un altro codice, che precede la legge moderna e che, evidentemente, il cattolico capo dello Stato conosce bene, dal momento in cui ne fa un problema di coscienza. Accompagnare una persona cara alla morte non equivale a negare la vita se viene visto come l’estensione della responsabilità verso l’altro. Un concetto accettabile, ma pericoloso, se poi l’amore si scontra con una morte ricercata con 18 coltellate.

Torna, quindi, l’intenzione dell’autore di laicizzare la religione, togliendole quell’impronta dogmatica che non aiuta a comprendere che “Dio suggerisce le domande di cui non fornisce le risposte”.

La grazia, del resto, secondo la morale cristiana, è l’altro nome dell’amore. Un amore che nel film è rappresentato dai silenzi, dalle spoglie architetture sacre e dalla ricerca costante del senso del dolore. I rimandi iconografici, infatti, suggeriscono una forma di compassione che trascende il vuoto giuridico per farsi amore puro.

La difficoltà nel trattare la tematica si evince anche sul piano formale che, in questo caso, è più controllato rispetto ai lavori precedenti dell’autore.

Ogni inquadratura è costruita per evidenziare il vuoto di un amore tormentato, per una donna amata per quarant’anni, nonostante un tradimento, ma anche per un’attenzione a se stessi che, estendendo il significato, prova a giustificare l’omicidio del compagno violento. L’uso del grandangolo, infatti, non serve qui a mostrare il vuoto della Grande Bellezza, ma l’immensità dello spazio lasciato dalla malattia.

La lentezza della macchina da presa, a tratti soporifera, rimanda al tempo sospeso di chi temporeggia difronte all’agonia, dopo aver visto da vicino quella verità che per tutta la vita ha provato a codificare. Una forma che, forse, vuole educare alla pazienza e all’osservazione del dettaglio minimo, trasformando il cinema in un esercizio di contemplazione.

Ancora una volta Sorrentino provoca creando immagini iconiche, in questo caso meno incisive rispetto al passato, ma sempre orientate al politicamente scorretto. La sua regia è un esercizio di stile che interroga lo spettatore provando a sospendere il giudizio sui personaggi.

Ne esce vincente, ancora una volta Servillo, pur non riuscendo a sottrarsi a quell’immagine imbalsamata alla quale ha abituato il suo pubblico. Come al solito lavora sui micro-movimenti del volto e sul peso dell’espressione. La sua interpretazione incarna perfettamente il peso della scelta.

Dal nostro punto di vista, il messaggio più profondo de La Grazia risiede nella capacità di stare nell’incertezza (“ho bisogno di ulteriori giorni di riflessione”), difronte alla difficoltà di trovare una soluzione (“se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino”).

La conclusione è che non esistono risposte preconfezionate alla sofferenza estrema e il tentativo di elaborare un’etica del limite è un’impresa ardua. L’amore non può esprimersi nel possesso della vita altrui, ma ha il dovere di ascoltare le emozioni profonde dell’altro, preoccupandosi, come il presidente De Santis, di non addormentarsi quando si prega.

Senza alcun dubbio, il film educa all’incontro con la complessità, suggerendo che la vera grazia non è l’assenza di peccato, ma presenza e preoccupazione per chi soffre, perché un papa deve dar conto a Dio, un papà anche ai propri figli.

1 commento

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